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Tavola rotonda sugli inglesismi: l'intervista al professore Sabino Lafasciano

Tavola rotonda sugli inglesismi: l'intervista al professore Sabino Lafasciano
Martedì 6 Giugno 2017 - 12:05

Il professore Sabino Lafasciano ha insegnato per molti anni a Pinerolo, oggi lavora al Consolato Generale d'Italia a Nizza. È responsabile dell'Ufficio Didattico della regione Provenza-Costa Azzurra. Coordina i contatti con i rettori delle Accademie di Nizza, Aix, Marsiglia e della Corsica del sud. Dirige i professori italiani delle scuole elementari e delle sezioni internazionali dei collèges e dei lycèes.

Lo abbiamo interpellato in merito al tema della tavola rotonda pubblicata su L'EM - L'Eco Mese di maggio, ancora per pochi giorni in edicola (disponibile anche nella versione digitale). Abbiamo parlato di italiano come lingua in continua evoluzione, che accoglie quotidianamente termini inglesi per moda, comodità di sintesi, a volte semplice pigrizia. Ecco qui l'intervista integrale al professor Lafasciano, a cura di Federico Rabbia.

 

Gli anglicismi stanno invadendo anche la Francia?

«Per i termini economici e informatici, parlerei d'egemonia culturale. L'uso inflazionato dell'inglese è sintomo di pigrizia e, a volte, di volontà di occultamento dei contenuti. L'inglese è il nuovo Esperanto. Anche la Francia naviga sull'onda di tale semplificazione, a livello mondiale, dell'informazione: però non vi è, in politica e nei mass-media, la tendenza ad abbreviare troppo».

 

L'italiano come viene considerato oltralpe?

«Credo che il destino dell'italiano sia paragonabile a quello del nostro vino. A livello internazionale, la nostra lingua è quella della comunicazione dotta: nelle declinazioni più nobili dell'arte, specialmente la musica colta. In settori di nicchia, dunque, non appare affatto scontato che la lingua di Dante debba soccombere a quelle più diffuse».

 

Lo storico Olivier Launay ha scritto: «Il genio di un popolo parla attraverso la sua lingua». Condivide?

 «Come avrebbe detto il filosofo transalpino Jacques Deridda, la trovo fonocentrica. Il genio di un popolo si esprime, di certo, attraverso la sua lingua, ma non solo e non soprattutto: altrimenti, l'italiano dominerebbe il mondo».